Presentazione

 

Dedica di Assunta Caletti


 

Presentazione

Queste poche righe di ringraziamento, scritte con il cuore, le dedico a quel piccolo cenacolo di amici senza il cui apporto, appassionato e competente da veri “inamorà coti dea ceramica”, non sarebbe stata possibile la realizzazione di quest’opera.
Questi amici sono Mario Bedin, Luciano Rizzi e Berto Zanin.
Permettetemi di fare la storia di questa vecchia amicizia nata, io credo, non per caso, ma quasi fosse stata voluta, spinta e cercata da qualcuno che non è più tra noi.
Partiamo da Mario Bedin, antiquario di Vicenza, che con il suo entusiasmo e la sua determinazione ha messo in moto tutta la trama di questa storia. Nel mio girovagare solitario durante la prima edizione della Fiera Antiquaria di Vicenza del 1996, sono stato attratto da una serie stupenda di piatti in maiolica del Settecento della ditta Antonibon, con decoro a ponticello, che faceva bella mostra in uno stand. Stavo ammirando da alcuni minuti la bellezza del decoro, quando alle mie spalle risuonò un “belli vero?!”. Era Mario, il titolare dello stand. Parlammo degli Antonibon, del valore dei piatti in maiolica del Settecento, di prezzi e delle altre cose che, più o meno, si dicono in tali occasioni.
Al momento dei saluti, dopo esserci scambiati i biglietti da visita, Mario vide il mio nome ed indirizzo e mi chiese, molto direttamente, come usa di solito fare lui: “Cecchetto ..., il figlio di Antonio, quello della raccolta dei piatti popolari?” “Si” risposi. “Allora le chiedo un grande favore, posso venire a visitare la sua raccolta a Nove assieme agli amici Berto Zanin di Vicenza ed il notaio Luciano Rizzi di Trissino?” Dissi subito di sì, sapendo quanto era felice il babbo quando qualcuno gli chiedeva di poter vedere la sua raccolta. Perciò “un bel giorno”, come direbbe un romanziere, o “un giorno come un altro”, come ha scritto Luciano Rizzi, vennero a trovarmi a Nove i miei futuri amici e qui, per sapere come è iniziata questa avventura storico-editoriale, è meglio leggere il capitolo intitolato Una premessa necessaria, cronaca di una ricerca.
Considero perciò Mario quasi un catalizzatore, l’innesco di una reazione che ha dato inizio al progetto di questa pubblicazione.
Umberto Zanin, che qui di seguito chiamerò anch’io Berto, sembra una figura uscita, guarda caso, da un piatto popolare veneto. Alto, occhi azzurri, baffi alla Vittorio Emanuele 11, cultore di tutto quello che è amore per le vecchie tradizioni venete, dalla cucina alla ceramica, anzi di quest’ultima, per sua ammissione “innamorà coto” soprattutto dei piatti popolari veneti dell’Ottocento.
Già amico del babbo, Berto si ricorda di me in calzoncini corti quando, ahimé molti anni fa, veniva a Nove con qualche piatto da far vedere, valutare, per sapere di che ditta o periodo fosse, chi poteva essere il pittore. La stima e l’affetto che Berto aveva per mio padre, lo si capisce da come ne parla e da come lo ricorda. Più di una volta “se ghemo ingropà” ricordando episodi passati, “vero Berto?”.
E’ stato spalla preziosissima dell’amico Luciano nelle ricerche di documenti all’Archivio di Stato di Bassano, all’Archivio Parrocchiale di Nove, nella catalogazione di piatti da fotografare, ecc. ecc. 
Cultore, come dicevo, della buona cucina e delle tradizioni venete, ha organizzato in modo eccellente alcune cene, che meritano di essere qui ricordate, in una trattoria persa tra i colli vicentini ed in cui il tempo sembra essersi fermato. Lascio al lettore curioso il piacere di chiedere a Berto dove si trova questa trattoria dei bei tempi passati.
Ed ora arriviamo al dott. Luciano Rizzi.
Io, assieme agli amici Mario e Berto, sappiamo benissimo che, senza Luciano, questo libro, la storia della mia famiglia, non sarebbe mai stato scritto. Solo la sua passione, la sua competenza e la sua preparazione di storico della ceramica in generale e veneta in particolare, poteva per mettergli un racconto così affascinante, ma anche difficile e, prima delle sue ricerche, non del tutto chiaro.
L’esperienza di tanti anni notaio in Vicenza lo hanno aiutato a districarsi negli incartamenti dei suoi colleghi dell’800. Io rimanevo stupefatto dalla facilità con cui leggeva i documenti con scritture sbiadite ed ingiallite dal tempo, ma soprattutto con delle calligrafie a dir poco ermetiche.
Il tutto poi unito ad una non comune abilità e bravura di narratore e scrittore. Bellissimo, infatti, il suo romanzo Il Bianco e il Nero ambientato nei tristi anni della lotta partigiana. E’ diventato quasi un aneddoto il momento del ritrovamento del testamento del Baccin, quando, nelle silenziose sale dell’Archivio di Stato di Bassano, il grido “lo gò trovà” sollevò lo sguardo stupito e la curiosità di tutti i ricercatori presenti. Perciò, caro Luciano, è con affetto quasi filiale, perdonami la confidenza, che ti ringrazio dal più profondo del mio animo, a nome mio e della mia famiglia, ma soprattutto della mia mamma e delle mie sorelle Giuliana e Mariella, per aver voluto onorare la memoria di mio padre nel modo, ne sono sicuro, più bello ed a lui più gradito.
Caro babbo permettimi di chiamarti così ancora una volta, sono passati ormai diciotto anni dalla tua scomparsa ed in questi anni, quando ho avuto dei momenti difficili, quando dovevo prendere delle decisioni importanti, salivo su, nella “sala dei piatti”, dove sentivo più che in qualsiasi altro luogo, quasi la fisicità della tua presenza, come se i piatti ed il tuo ricordo fossero diventati una cosa sola e questo era per me di grande aiuto. Tu stesso avevi chiesto al Padre Eterno, nella tua poesia El me Greparo, di poter barattare il Paradiso con la permanenza in spirito tra i tuoi amati piatti. Sono convinto che ti ha accontentato!!!
Questa volta, invece, sono salito per confermarti, ma tu lo sapevi già, ne sono sicuro, che il libro sarà presentato ad ottobre di quest’anno alla Fiera Antiquaria di Vicenza.
Mi raccomando, perciò, fatti fare un permesso speciale per poter uscire dalla tua splendida raccolta e poter essere anche tu presente, tra i tuoi familiari ed amici che vogliono onorare la tua memoria.

Ciao, tuo figlio Giovanni.

Antonio Cecchetto osserva il meccanismo molitorio in legno del vecchio molino Baccin-Cecchetto che serviva per preparare gli impasti e le vernici.